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Balletti di Nervi 2026, volano gli stracci tra Regione e Pd: il festival si allontana e scoppia il caso politico

Nuovo botta e risposta tra Regione e opposizione sul futuro del Festival internazionale di Nervi 2026. La vicepresidente Simona Ferro accusa il Comune di non voler organizzare l’evento, mentre dal Pd arriva una replica durissima: nel mirino finiscono i ritardi, la gestione del Carlo Felice e un confronto politico che si accende mentre resta drammaticamente aperta la partita sul futuro del teatro

Sul Festival internazionale di Nervi 2026 ormai lo scontro non riguarda più soltanto le risorse, ma soprattutto il significato politico di ciò che sta accadendo attorno al Carlo Felice e alla sua capacità di sostenere una manifestazione complessa, costosa e da programmare con largo anticipo. A riaprire il fronte è stata la vicepresidente della Regione Liguria e assessore alla Cultura Simona Ferro, che ha attribuito al Comune una scelta precisa: non organizzare l’edizione del prossimo anno. Secondo Simona Ferro, le parole arrivate da Palazzo Tursi avrebbero chiarito in modo definitivo che l’amministrazione comunale non intende farsi carico del festival, nonostante la Regione abbia annunciato un contributo straordinario da un milione di euro.

Nella lettura della vicepresidente, il sostegno economico messo sul tavolo da Regione Liguria farebbe cadere quello che per settimane sarebbe stato indicato come l’ostacolo principale, cioè l’assenza di un supporto finanziario adeguato. Per Simona Ferro, dunque, il problema non sarebbe più nei fondi ma nella volontà politica del Comune, accusato di non considerare il festival abbastanza importante da giustificare uno sforzo organizzativo ed economico. Da qui anche la richiesta di spiegazioni non solo alla città, ma anche agli spettatori, alle scuole di danza e al direttore Jacopo Bellussi.

Ma proprio su questo punto si innesta la replica del Partito Democratico, che ribalta completamente il quadro e mette in discussione il racconto della Regione. I consiglieri regionali Armando Sanna e Simone D’Angelo definiscono sconcertanti i toni e il contenuto delle dichiarazioni di Simona Ferro, accusandola di trasformare una vicenda molto delicata in una polemica politica costruita mentre il Carlo Felice attraversa una fase pesantissima. Nella loro lettura, il vero nodo non starebbe in una presunta mancanza di volontà del Comune, ma nel ritardo con cui la Regione è arrivata a parlare di risorse per un festival internazionale che, per sua natura, richiede tempi di preparazione lunghi, certezze di bilancio e una programmazione che non può essere improvvisata a primavera inoltrata.

È proprio questo il punto che emerge con maggiore forza nello scontro. Se da una parte la Regione rivendica il milione aggiuntivo come prova di impegno concreto, dall’altra l’obiezione del Pd è che un annuncio arrivato ad aprile non basta da solo a rimettere in piedi una macchina organizzativa complessa, soprattutto in una fase in cui la Fondazione deve già fare i conti con problemi economici e gestionali di prima grandezza. Armando Sanna e Simone D’Angelo insistono infatti sul fatto che il Carlo Felice non si trovi davanti a una normale discussione su un cartellone estivo, ma dentro una crisi che tocca direttamente il futuro di circa 300 lavoratori e di una delle principali istituzioni culturali liguri.

Nel loro affondo politico, i due esponenti del Partito Democratico accusano la destra di rimuovere le proprie responsabilità e di utilizzare il caso Nervi come terreno di scontro mediatico, mentre sullo sfondo pesa una situazione finanziaria tanto seria da avere già attirato l’attenzione della magistratura, con un fascicolo aperto dalla Procura di Genova per falso in bilancio. Un elemento che rende ancora più delicato il contesto e che finisce per dare un peso diverso anche alle parole usate in queste ore: perché in un quadro del genere, sostengono i dem, il tema prioritario dovrebbe essere la stabilità del teatro, non la ricerca di un bersaglio politico su cui scaricare la mancata partenza del festival.

Così la polemica, più che chiarire, finisce per fotografare due piani distinti che si stanno sovrapponendo. Da una parte c’è la rivendicazione regionale di avere trovato nuove risorse; dall’altra c’è la questione, più concreta, di capire se quelle risorse siano arrivate in tempo utile e dentro un quadro sufficientemente solido da permettere davvero di programmare i Balletti di Nervi 2026 senza mettere ulteriormente sotto pressione il Carlo Felice. Ed è proprio qui che la ricostruzione dell’opposizione appare difficilmente eludibile: perché un festival di quel livello non si decide con una dichiarazione pubblica o con un annuncio tardivo, ma con tempi, coperture e condizioni che devono essere già mature molto prima.

Il risultato è che il caso Nervi si sta trasformando sempre più in uno specchio dello scontro più ampio sul futuro della cultura a Genova e in Liguria. E mentre la Regione prova a intestarsi il ruolo di chi avrebbe fatto la propria parte, l’impressione che resta è quella di un sistema arrivato troppo tardi davanti a una scelta che richiedeva ben altro anticipo e, soprattutto, ben altra solidità.


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